Devo fare mea culpa. Dopo aver sostenuto con tutta la forza possibile che Ubuntu è il male, ovvero che non è altro che la trasposizione di Windows in versione Linux, non ho resistito alla tentazione di provare l’ultima release: la 10.10, nome in codice Maverick Meerkat (tradotto: “suricato individualista” – Wikipedia può aiutarvi se volete sapere cosa è un suricato).

Spinto dai commenti entusiasti e dall’hype spinto fino all’inverosimile di Felipe su Pollycoke (uno dei migliori blog/siti a sfondo Linux mai letti, indubbiamente) e dei suoi utenti, ma soprattutto dall’annuncio che Unity, il desktop environment creato per netbook, sarebbe stato incluso di default nella versione Netbook, ho deciso di fare il grande passo. Ho sacrificato il mio Samsung N150 facendogli posto tra Windows 7 (grazie a Dio sempre meno indispensabile, dato che sui netbook va troppo lento – sulla versione desktop ne sono invece pienamente soddisfatto) e il sacro, divino, irrinunciabile Fedora.

Ecco le mie impressioni:

Non manca qualcosa?

1) Mi prendete per il culo?
Soprassiedo su inconvenienti del tipo che l’utility di creazione della pennetta USB fornita in allegato all’immagine scaricabile di Ubuntu (da utilizzare su Win) non riusciva neppure a trovare le pennette USB attaccate al pc – ma preferisco pensare sia stato un problema di Windows – e che ho dovuto utilizzare il sempre fedele Unetbootin facendogli credere che l’immagine che stesse cercando non fosse la versione netbook ma quella desktop (ma qui a peccare di giovinezza è lo stesso Unetbootin: al momento in cui l’ho utilizzato supportava le immagini desktop e non quelle netbook. Facendogli credere che fosse la desktop con un altro nome, comunque, tutto è andato bene).
Il primo impatto è stato quello di deja vù. Quello che mi sono trovato davanti, infatti, era un ibrido tra Jolicloud (per la mancanza di un desktop vero e proprio e la costruzione dell’interfaccia), Gnome (per la disposizione degli elementi) e Leopard (per il wallpaper assolutamente somigliante a quello di default di Apple).
Esteticamente non male, assolutamente. Ciò non toglie che mi sia trovato disorientato, ma ben presto ho capito come funzionava. O meglio, ho creduto di capirlo. Ma ne parleremo dopo.
Per ora soffermiamoci sul “mi prendete per il culo?”. Andiamo con ordine: sul mio N150 – e penso un po’ su tutti i netbook – Windows 7 è sopportabile con buona pazienza (nonostante la sua lentezza), Fedora è una scheggia anche con parecchie applicazioni aperte. Dunque, avevo la velocità con Fedora e potevo accontentarmi della compatibilità con Win 7. Perché provare Ubuntu, la peggior distribuzione Linux ormai da anni? Perché installare una distribuzione enormemente diffusa e con tutti gli svantaggi del caso (in particolare la pesantezza estrema)? La risposta è presto detta: mi era capitato, sugli altri OS di incorrere nella visualizzazione di finestre non adattate al mio piccolo schermo. Ero incappato in schermate che non ci stavano e i pulsanti indispensabili (tipicamente posizionati nel fondo delle finestre) non erano visualizzati. Mi pareva fin troppo ovvio che in un desktop environment creato appositamente per i netbook questo inconveniente non si presentasse. Appunto, fin troppo ovvio.
Lo screenshot qui sopra parla da sè. Non è il primo caso che mi si è presentato, è solo il più recente. E sono convinto che non sarà neppure l’ultimo.
Alcuni compagni di corso mi hanno spiegato che probabilmente il problema si presenta in quanto Unity non è un desktop environment vero e proprio, ma è costruito sopra un’altro. In parole povere: vi ricordate le copertine colorate trasparenti che alcune mamme mettono sui quaderni/libri dei figli che fanno le elementari (si trovano in cartoleria e costano una sciocchezza)? Ecco, se il quaderno ha una macchia, la copertina non la corregge certo. Ne cambia soltanto la variante cromatica dominante. Ecco perché le finestre non sono visualizzate bene. Se Unity è un visualizzatore per netbook ma è costruito su un visualizzatore desktop non c’è santo che tenga. Lo definirei un paradigma di costruzione a layer (magari è sbagliato, ma è ciò che mi fa venire in mente).

2) Ubuntu e l’user-friendliness factor.
Ok, qui non c’è proprio nulla da dire. Ubuntu è la distribuzione Linux creata per essere amichevole con gli utenti per eccellenza. Facile da usare, intuitiva, veloce e “ragionata”.
Ovviamente scherzavo. L’user-friendliness non si misura solo nella facilità d’uso per i nuovi utenti, ma anche per quelli che vengono da altri sistemi o desktop environment. Io che ho provato e riprovato quasi tutti gli OS presenti sul mercato e non, sicuramente non brillo per intelligenza, ma ho faticato non poco per capire dove diavolo si trovassero le impostazioni di sistema. Già, perché a parer mio (e sottolineo a parer mio) non sono dove dovrebbero essere. Se tenete d’occhio lo screenshot che ho postato più in alto, potrete vedere nell’angolo sinistro nella cima dello schermo il simbolo di Ubuntu. Analogamente a Win, OSX e praticamente tutte le distribuzioni Linux, clickandoci sopra vi apparirà un menu. In questo menu (a parte la lentezza estenuante che, a volte, inspiegabilmente, impiega ad aprirsi) ci sono diverse categorie: web, musica, chat, ecc. Nessuna traccia di impostazioni. Sopra le categorie c’è un form di ricerca. Provate a scriverlo lì. Uscirà un software di gestione del bluetooth e qualche altro pacchetto di impostazioni. La distinzione tra software e pacchetto in questo caso è significativa. Con pacchetto infatti voglio lasciar intendere che la ricerca è effettuata anche nel centro software di Ubuntu, ovvero il software scaricabile e che verrà installato automaticamente, previa vostra autorizzazione, quando lo selezionerete. Perché ho parlato di software di gestione? Perché, in effetti, è questo il paradigma usato da Canonical per le impostazioni.
Non hanno tutti i torti in effetti. Le utility di sistema (regolazione delle periferiche audio, dello schermo, ecc.) sono a tutti gli effetti del software. Degli applicativi che eseguono delle routine quando sono invocati e vengono fatte delle scelte. Probabilmente è questo il motivo per cui per trovare le impostazioni dovrete scegliere “Applicazioni” dal dock laterale posto sulla sinistra e navigare nella scheda “Sistema”. Una scelta effettivamente ragionevole, ma direi alquanto discutibile. Se veramente Ubuntu è dedicata ad utenti meno esperti, perché lasciargli la possibilità di fare danni o modifiche non volute mischiando il software di sistema a tutte le altre applicazioni (il pannello principale infatti le mostra tutte, senza distinzioni di sorta)? Senza contare che chi, come me, viene da un background totalmente diverso come in tutti gli altri OS, probabilmente si troverà assolutamente disorientato. Mi ci è voluto tempo, non poco, per trovare le impostazioni e per un attimo sono stato sfiorato dall’idea che non ce ne fossero affatto.

3) Il parco applicazioni e l’integrazione dei social networks.
Come ci aveva abituato, Ubuntu fornisce nei soliti 700 Mb un parco applicazioni piuttosto definito e ricco. Definito perché non ci sono più di una applicazione per ogni funzionalità (es.: Rhythmbox è l’unica applicazione preinstallata per ascoltare musica), ricco perchè include software che raramente si trova già preinstallato (vedasi la suite OpenOffice.org). E’ un punto di forza a parer mio, perché non rischia di disorientare gli utenti con troppi software per lo stesso scopo (la mia amata Fedora non è così efficiente, ahimè). Chi desiderasse qualcosa di diverso può comunque facilmente e velocemente installarla con il gestore dei pacchetti. Tutti contenti quindi.
Come visto nelle ultime release, inoltre, Ubuntu fornisce un supporto integrato ai social networks più diffusi: Twitter e Facebook, per citare i due più importanti. Ora le notifiche appariranno direttamente nell’angolo superiore destro del vostro schermo. Nella mia esperienza, però non era tutto oro quel che luccicava: l’integrazione con Twitter è stata perfetta. Non è stato possibile invece associare il proprio account Facebook per motivazioni sconosciute. Nonostante completassi con successo tutti i passi, una volta finita l’aggiunta guidata del profilo, il tutto si esauriva con un nulla di fatto. Potrebbe essere un ottimo modo per cominciare a disintossicarsi da Facebook.

4) Scusate ma… Non avete dimenticato qualcosa?
Ebbene sì. Sarò breve e conciso in quest’ultimo punto: il desktop, dove diavolo è? Perché devo andare tra “File e cartelle” e entrare in “Scrivania”? Se si chiama desktop dovrebbe essere sempre sotto, no? Bah.
Inoltre ho letto sul fedele Pollycoke (e la sua splendida e utilissima socialbox) che Unity diventerà il desktop environment di default anche nelle future distribuzioni desktop di Ubuntu. Forse sarebbe il caso di rivedere qualcosa al riguardo. Speriamo in bene.

5) Supporto hardware.
Qui fortunatamente non ho nulla di cui lamentarmi. Siamo al livello delle altre distribuzioni Linux.

Nota: spero vivamente che molte di queste mancanze siano date dal fatto che io stesso non ho dedicato abbastanza tempo alla loro ricerca.

Conclusione (finalmente ci siamo arrivati):
Per il resto, purtroppo, certe cose non cambiano mai. Ubuntu è una di quelle. Continua a godere della sua leadership indiscussa grazie soprattutto alla sua già ampia diffusione, piuttosto che grazie alla qualità del prodotto in sè. Mi ricorda qualcosa (qualcuno ha detto Windows?)…